NULLA VERITAS SINE TRADITIONE

27 dicembre 2011

Il Vangelo esoterico di San Giovanni



«Il Vangelo di Giovanni - ha scritto il comandante Lipman (“Della Cena Cristiana”, 1913) - ha deliberatamente gettato il giudaismo fuori bordo, come una zavorra ingombrante». 
«Il Quarto Evangelo - scrive da parte sua Albert Réville (“Il Quarto Evangelo”) - ha definitivamente emancipato il pensiero cristiano dalla teologia giudea e gli ha dato le sue lettere di naturalizzazione nella filosofia greca». 
«La maniera in cui l’evangelista, nel capitolo VII e in quello seguente, parla dei giudei e dei farisei - dice ancora - mostra chiaramente come egli non si consideri appartenente al popolo giudeo». 
«In generale, ha parlato dei Giudei come d’una classe di uomini stranieri ai quali non si riattacca l’autore dell’Evangelo», dice Reuss (“La Teologia gioannita”). 
Secondo Henry Delafosse (“Il Quarto Evangelo”, 1925), il Cristo dell’Evangelo Giovannita rigetta l’Antico Testamento; lo respinge con disprezzo. Dirà sdegnosamente ai Giudei, parlando della legge di Mosè: «Vostra legge». Essa non è dunque affatto la sua? Di conseguenza i riferimenti a Mosè, ai profeti, ai patriarchi che racchiude il Quarto Evangelo sarebbero delle interpretazioni tendenziose.

L’idea dell’importanza dell’Antico Testamento è scartata dall’affermazione che i Giudei non hanno mai inteso la voce di Dio né visto la sua faccia (Giovanni V, 37) e da questa dichiarazione, dice Reuss, che ha causato tanta insonnia ai teologi: «Tutti quelli che sono venuti prima di me sono dei ladri e dei briganti» (Giovanni X, 8). 
L’Evangelista dice che Cristo chiamava i giudei «i figli del diavolo» (Giovanni VIII, 44). 
«Il padre da cui voi siete nati, è il diavolo, e voi volete compiere i desideri di vostro padre (condannarlo a morte). Egli è stato omicida dal principio e non è mai stato ancorato alla verità, perché la verità non è affatto in lui. Tutte le volte che egli dice menzogne, esprime se stesso, perché egli è mentitore e padre di menzogna». 
Così per il redattore del Quarto Evangelo, Jehovah sarebbe Satana. Cioè quello che dichiarano i Catari. 
Secondo Déodat Roché (“Il Genio d’Oc”, Cahiers du Sud, 1943): «Gnostici, Manichei e Catari, respingevano della Bibbia le concezioni giudaiche che fanno di Jehovah un Dio assai potente, ma anche un Dio vendicatore e distruttore. Le concezioni giudaiche non distinguevano più il bene dal male ed il giudeo-cristianesimo che ne è risultato, ha falsato la dottrina cristiana. I Catari, pervasi di sentimento cristiano, ripudiavano tali nozioni della divinità, che causarono tutte le persecuzioni e le violenze ispirate dallo spirito religioso. 
L’abate Douais, nelle sue istruzioni alla Somma delle Autorità ha riconosciuto che essi avevano il merito di sganciarsi da quello spirito giudaico che ispirava delle sette retrograde nel medio evo, e di dirigere i loro sguardi verso un cristianesimo sganciato dalle antiche leggi di coercizione e di vendette.
prima edizione italiana
«Dall’epoca di Paolo, scrive C. Toussaint (“La Gnosi Paolina”) il cristianesimo si oppose in maniera feroce al giudaismo. Per Marcione (II secolo) vi è antitesi assoluta tra il cristianesimo e il giudaismo in quanto il secondo altera il primo. San Paolo ha dichiarato più volte che Gesù Cristo ci aveva liberati dalla Legge di Mosé».
 Ciò nonostante nel capitolo V,17 di Matteo troviamo la famosa frase sulla quale si appoggiano i giudeo-cristiani: «Io non sono venuto per distruggere la Legge, ma per attuarla». 
Ma è attuare il termine giusto? Non sarà piuttosto la parola completare? In effetti, se leggiamo il seguito del capitolo, troviamo che è detto nella Legge: fate questo, ma che Cristo dichiara: fate quello. I sei casi messi a confronto, hanno lo scopo di modificare, di completare o d’annullare gli insegnamenti della Legge concernenti il giuramento, la vendetta, l’odio dei nemici, la donna adultera, ecc..., si contraddice dunque l’insegnamento della Legge di Mosè. D’altra parte i Giudei lo hanno condannato a morte perché tutta la dottrina di Cristo è contraria a questa legge, e per mettere fine alla predicazione. 
Tutto il capitolo XXIII di Matteo è consacrato a maledire gli scribi, i farisei «assisi sulla cattedra di Mosé» a predicare le loro più terribili punizioni. «Essi percuoteranno ed uccideranno nello loro sinagoghe i profeti, i saggi che io invierò loro, ma tutto il sangue innocente che essi avranno fatto versare ricadrà su di essi».
seconda edizione italiana
D’altronde, nell’Evangelo gioannita, capitolo I, è scritto: «La legge è stata data a Mosé ma la Grazia e la Verità sono venuti da Gesù Cristo». Non dimentichiamo che i cristiani amavano ripetere questa formula: «Il Cristo ci ha affrancato con la sua morte, dal giogo della Legge».
 Giudei furono gli avversari accaniti di Cristo e del Cristianesimo. Sotto la penna di Giovanni, il termine "oi iousàioi" (i Giudei) designa uniformemente gli avversari di Cristo (VII, 1; II, 15, 35; VIII, 22, 48, 52, 57, 59; IX, 18, 22; ecc...). 
Egli disse che i Giudei non potevano ascoltare la parola di Cristo (VIII, 43). In questo stesso capitolo, vediamo i Giudei «protestare contro un insegnamento che rovescia le basi stesse della religione nazionale» (Reuss). 
Questa ostilità risulta da numerosi passi del Quarto Evangelo. Sin dall’inizio (capitolo V) tutta la nazione ci è rappresentata come assolutamente ostile verso Cristo, e desiderosa di farlo morire. L’autore dell’Evangelo ci fa sapere che questi istinti omicidi verso Cristo sono permanenti (VII, 1, 25; X, 31).
«Gesù non voleva restare in Giudea, perché i Giudei cercavano di farlo morire» (VII, 1).
 Qualche abitante di Gerusalemme diceva: «Non è quello, colui che essi cercano di fare morire?» (VIII). 
«Allora i Giudei presero nuovamente delle pietre per lapidarlo» (X, 31).
 Coloro che avrebbero voluto avvicinarsi a Cristo non osavano farlo per timore dei Giudei. 
«Nessuno tuttavia parlava deliberatamente di lui, per paura dei Giudei!» (VII, 13). 
Il nato cieco, guarito da Cristo, fu cacciato dalla sinagoga, per aver riconosciuto la missione divina di Cristo (IX, 22).

Tratto dal libro: "Il Vangelo esoterico di San Giovanni", di Paul Le Cour

20 novembre 2011

Pax Domini



Questi dodici Gesù li inviò dopo averli cosí istruiti: “… Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi”. (Mt 10, 5, 12-14)

Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. … Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi… (Lc 10, 3-6, 10-11)
Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. (Mt 10, 34-37)
Pensate che sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera. (Lc 12, 51-53)
Poi disse: “Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancata qualcosa?” Risposero: “Nulla”. Ed egli soggiunse: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e cosí una bisaccia, chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volse al suo termine”. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli rispose: “Bastano”. (Lc 22, 36-38)
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. (Gv 14, 27)
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Giustificati quindi per la fede, noi siamo in pace con Dio
per mezzo del Signore Nostro Gesù Cristo. (Rm, 5, 1)

21 ottobre 2011

Per chi è morto il Nazareno ?



Sabato 1° gennaio scorso Benedetto XVI invitava “i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà", ad unirsi a lui in pellegrinaggio ad Assisi nel mese di ottobre, per “fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace”. In un successivo comunicato del 2 aprile 2011, la sala stampa del Vaticano precisava che tale incontro avverrà il 27 ottobre prossimo, in commemorazione del 25° anniversario della storica riunione del 27 ottobre 1986 voluta da Giovanni Paolo II. Nel comunicato appare chiaramente che si tratterà di un incontro in cui ognuno è invitato alla preghiera. Dopo il ritrovo a S. Maria degli Angeli ed il pranzo “Sarà poi lasciato un tempo di silenzio, per la riflessione di ciascuno e per la preghiera”. Ugualmente nel pomeriggio, la marcia silenziosa verso la Basilica di San Francesco “Si svolgerà in silenzio, lasciando spazio alla preghiera e alla meditazione personale”. I fedeli sono invitati ad unirsi a questo incontro: “Il Papa chiede ai fedeli cattolici di unirsi spiritualmente alla celebrazione di questo importante evento ed è grato a quanti potranno essere presenti nella città di San Francesco, per condividere questo ideale pellegrinaggio”. Poste queste premesse vorrei mostrare perché un cattolico non può non solo partecipare a questo evento, ma deve con la preghiera ed il sacrificio ripararlo.
La memoria della prima riunione di Assisi
Il commemorare un evento significa assumerlo nella sua essenza e proporne il messaggio. Ora tutti ci ricordiamo ciò che fu la prima riunione inter-religiosa di Assisi del 1986. I rappresentanti delle diverse religioni furono invitati a pregare, ognuno il proprio dio, per la pace: Ricordiamo la cerimonia buddista nella Chiesa di San Pietro e la statua di Budda sul tabernacolo; i polli sacrificati agli dei sull’altare di Santa Chiara, gli spiriti invocati dagli indiani su sacerdoti e bambini nella basilica di San Francesco… Tali atti sacrileghi vanno direttamente contro il primo comandamento ed il primo articolo del Credo. Non si possono quindi commemorare ma soltanto riparare. Un evento come fu quello del 27 ottobre 1986, riprodotto in mondovisione, non fece che contribuire a radicare l’indifferentismo della anime: far credere agli uomini che tutte le religioni si equivalgono e che possono ugualmente condurre alla salvezza, propagando la falsa idea che le preghiere di qualunque religione sono gradite a Dio. Ciò è radicalmente falso poiché la fede ci insegna che ci si salva unicamente tramite Gesù Cristo e la sua Chiesa che è la Chiesa Cattolica. Se è vero che nelle false religioni vi possono essere uomini in buona fede, gli atti di culto praticate in esse sono superstiziosi e contrari al primo comandamento. Invitare qualcuno a compierli significa spingerlo oggettivamente al peccato.
Uno scandalo che si ripete
Il secondo motivo per cui occorre riparare è che lo scandalo del 27 ottobre 1986 si ripeterà quest’anno, anche se in maniera più velata e meno apparente. La preghiera dei diversi rappresentanti religiosi non sarà pubblica ma soltanto silenziosa. Ma quale Dio pregheranno in silenzio questi rappresentanti di tutte le false religioni se non i loro falsi dei? Invitare a pregare questi uomini come rappresentanti delle loro false religioni, non è il segno evidente che li si invita a pregare secondo il loro credo e le loro formule? Chi pregheranno, i musulmani, se non il dio di Maometto? A chi si rivolgeranno gli animisti, se non ai loro idoli? Come immaginare che Dio gradirà le preghiere degli Ebrei, fedeli ai loro padri, che hanno crocefisso Suo Figlio e negano il Dio Trino? Come potrà egli esaudire le preghiere, fatte in nome dell’Islam che rigetta la divinità di Gesù Cristo e i cui discepoli non cessano i perseguitare i cristiani? Come potrà egli gradire i suffragi di tutti gli eretici, scismatici ed apostati che hanno rinnegato la Sua Chiesa, fondata da Suo Figlio?
Ricordiamoci questa parola fondamentale di Gesù: “Nessuno viene al Padre se non per me”. Tutti questi rappresentanti religiosi saranno confortati nell’idea che la loro religione è ugualmente gradita a Dio. Ma questo è falso poiché come dice Nostro Signore: “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato (Mc 16,16). Per questo un tale atteggiamento nei loro confronti è direttamente contrario alla vera virtù di carità che ci spinge a volere il bene più grande del nostro prossimo che è la sua salvezza eterna. «La dottrina cattolica – ricordava San Pio X - ci insegna che il primo dovere della carità non consiste nel tollerare convinzioni errate, per quanto sincere siano, né nell'indifferenza teorica o pratica per l'errore od il vizio in cui vediamo piegati i nostri fratelli, ma nello zelo per il loro miglioramento intellettuale e morale, più che nel loro benessere materiale. Questa stessa dottrina ci insegna che la fonte dell'amore si trova nell'amore di Dio, Padre comune e fine comune di tutta la famiglia umana, e nell'amore di Gesù Cristo. No, Venerabili fratelli, non c'è vera fraternità fuori dalla carità cristiana». (San Pio X, Enciclica Notre Charge apostolique all’episcopato francese, 25 agosto 1910). Confortare gli infedeli o gli eretici nelle loro false idee è quindi mancare gravemente alla carità.
La pace di Cristo snaturata
Una tale giornata è organizzata per la pace. Ma solo Gesù Cristo, Principe della pace, può concederla al mondo. Infatti non vi può essere pace senza la pratica della virtù. Ora solo Nostro Signore può dare all’uomo la forza per vincere le sue passioni ed instaurare la tranquillità dell’ordine nella sua anima. Solo la sua dottrina può rigenerare la società e fondarla sulla giustizia che genera la vera pace. Egli è la luce del mondo e chi lo segue non cammina nelle tenebre, mentre senza di lui non si può fare nulla. Allora voler esiliarlo nella ricerca della pace significa non soltanto utilizzare mezzi puramente umani, ma esporsi sicuramente a non ottenerla. Così scriveva Monsignor Fellay a Giovanni Paolo II per protestare contro il rinnovo dello scandalo di Assisi «I temi umanisti, terrestri, naturalisti di questi incontri, fanno scendere la Chiesa dalla sua missione tutta divina, eterna e soprannaturale, al livello delle idee massoniche, cioè di una pace mondiale al di fuori dell'unico Principe della Pace; Nostro Signor Gesù Cristo» (Lettera di protesta di Mons. Fellay a Giovanni Paolo II contro il rinnovarsi dello scandalo di Assisi il 28 ottobre 1999).
Assisi e Vaticano II: continuità o rottura?
Secondo l’attuale pontefice, l’insegnamento del Concilio Vaticano II non può essere inteso come una rottura con l’insegnamento del passato ma deve esservi continuità: “Vaticano II racchiude l’intera storia dottrinale della Chiesa. Colui che vuole obbedire al Concilio, deve accettare la fede professata durante il corso dei secoli e non può tagliare le radici per le quali l’albero vive”. (Lettera del 10 marzo 2009 ai vescovi). Ora chi ha dato la chiave di interpretazione del concilio e continua a fornirla sono gli insegnamenti e gli atti della gerarchia che ne ha ereditato la dottrina, come questo nuovo evento che ne costituisce un’ulteriore conferma. Ma il magistero ante-conciliare ha condannato senza riserva le riunioni inter-religiose. Un decreto del S. Uffizio del 1919 ribadiva il divieto già formulato da Pio IX nel 1864 di partecipare a “conferenze pubbliche e private indette da acattolici, i quali si propongono il fine di promuovere l’unione di tutti i gruppi che si dicono cristiani”. Condanna confermata da papa Pio XI nell’enciclica Mortalios animos del 1928. Come si può dunque affermare una continuità con il magistero tradizionale che condannava esplicitamente questo genere di riunioni, senza cadere nello storicismo e nell’errore modernista dell’evoluzione del dogma? La fede non cambia con il tempo e la missione affidata da Gesù alla Chiesa di predicare il Vangelo per ottenere la conversione di coloro che sono nell’errore rimane attuale. Non potremo quindi partecipare in alcun modo alla prossima riunione inter-religiosa di Assisi, commemorazione e ripetizione di uno scandalo immenso per la Chiesa. La nostra sarà una preghiera di riparazione.
Don Pierpaolo Maria Petrucci

10 settembre 2011

Rivista Atlantis



ATLANTIS
Centre de Recherches et d’Études de la Tradition
C.R.E.T.

Association selon la Loi du 1er juillet 1901, sans but lucratif
fondée par Paul Le Cour le 24 juin 1926 à la Sorbonne,
à Paris, France

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94 300 Vincennes. France
Pour tout courrier: 35 rue des Alpes 42410 PÉLUSSIN
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19 giugno 2011

Onore agli Altavilla !



Negli ultimi tempi non si è discusso d'altro che di “Unità d'Italia”, identificando il fatidico traguardo con gli avvenimenti di 150 anni fa, per non parlare delle annesse, martellanti celebrazioni riguardanti i protagonisti di questa memorabile ed epica impresa.
Nel turbinìo di tanta incondizionata esaltazione, i novelli patrioti dimenticano (o forse fanno finta di dimenticare) che il nostro “paese”, come essi lo chiamano (noi preferiamo usare il termine “nazione”), ha vissuto senza ombra di dubbio più gloriosi e meno imbarazzanti momenti di unitarietà.
A costoro basterebbe infatti ricordare che l'unica, reale unione politica della penisola italica è stata realizzata dai Romani, il cui formidabile patrimonio tradizionale, la cosiddetta “Romanitas”, sarebbe opportuno conservare con maggior dedizione. Non a caso, scomparsi i Romani, il diluvio...

E che dire, poi, della tanto declamata “liberazione” del Meridione? Che genere di liberazione? Forse la sostituzione di un governo con un altro, di una dinastia con un'altra? Ma poi, liberazione da che e da chi?
Da parte nostra, conosciamo e ricordiamo benissimo quella che, a giusta ragione, può definirsi la sola, vera liberazione avuta dal Sud dell'Italia.
Invece di continuare a celebrare ed esaltare mercenari e nani (in senso politico), forse sarebbe il caso che questo immemore e dissennato “paese” rivolgesse un segno di gratitudine o quantomeno un ricordo anche alla famiglia Altavilla.
Ci riferiamo, infatti, alla meritoria e sempre poco apprezzata opera svolta dall'illustre e glorioso casato nei territori meridionali, questi sì veramente liberati, da arabi, bizantini e quant'altro.
Chi si ricorda più di Roberto il Guiscardo e di suo fratello Ruggero?
Noi, sicuramente.

8 maggio 2011

Un Grande di tutti i tempi: Sant'Atanasio



Tu fosti colonna dell'ortodossia,
sostenendo con dogmi divini la Chiesa,
o Gerarca Atanasio;
tu infatti hai predicato il Figlio consustanziale al Padre,
e confondesti Ario.
Padre santo,
supplica Cristo Dio di concederci la sua grande misericordia.

Sant'Atanasio, nato ad Alessandria d'Egitto nel 295, è la figura più drammatica e sconvolgente della ricca galleria dei Padri della Chiesa.
Caparbio difensore della ortodossia durante la grande crisi ariana, immediatamente dopo il Concilio di Nicea, pagò la sua eroica resistenza alla dilagante eresia con ben cinque esili, inflittigli dagli imperatori Costantino, Costanzo, Giuliano e Valente.
Ario, un sacerdote uscito dal seno stesso della Chiesa d'Alessandria, negando l'uguaglianza sostanziale tra il Padre e il Figlio, minacciava di colpire al cuore il cristianesimo.
Infatti, se il Cristo non è il Figlio di Dio, e non è egli stesso Dio, a che cosa si riduce la redenzione dell'umanità?
In un mondo che si risvegliò improvvisamente ariano, secondo la celebre frase di San Girolamo, restava ancora in piedi un grande lottatore, Atanasio, elevato trentatreenne alla prestigiosa sede episcopale di Alessandria.
Aveva la tempra del lottatore e quando c'era da dar battaglia agli avversari era il primo a partire con la lancia in resta: "Io mi rallegro di dovermi difendere", scrisse nella sua “Apologia della fuga”.
Atanasio di coraggio ne aveva da vendere, ma sapendo con chi aveva a che fare (tra le tante accuse mossegli dai suoi denigratori ci fu quella di aver assassinato il vescovo Arsenio, che poi risultò vivo e vegeto!), non stava ad aspettare in casa che lo venissero ad ammanettare. Talvolta le sue fughe hanno del rocambolesco. Egli stesso ne parla con molto brio.
Trascorse i suoi due ultimi esili nel deserto, presso gli amici monaci, questi simpatici anarchici della vita cristiana, che pur rifuggendo dalle normali strutture dell'organizzazione sociale ed ecclesiastica, si trovavano bene in compagnia di un vescovo autoritario e intransigente come Atanasio.
Per essi il battagliero vescovo di Alessandria scrisse una grande opera, la “Storia degli Ariani”, dedicata ai monaci, di cui ci restano poche pagine, sufficienti tuttavia per rivelarci apertamente il temperamento di Atanasio: sa di parlare con uomini che non intendono metafore e allora dice pane al pane; sbeffeggia l'imperatore, chiamandolo con nomignoli irrispettosi e mette in burletta gli avversari; ma parla con calore e slancio delle verità che gli premono, per strappare i fedeli alle grinfie dei falsi pastori.
Durante le numerose involontarie peregrinazioni fu anche in Occidente, a Roma e a Treviri, dove fece conoscere il monachesimo egiziano, come stato di vita organizzato in maniera del tutto originale nel deserto, presentando il monaco ideale, nella suggestiva figura di un anacoreta, Sant'Antonio, di cui scrisse la celebre “Vita”, che si può considerare una specie di manifesto del monachesimo.

(testo di Piero Bargellini)

2 aprile 2011

Giuda Iscariota



Gesù è il Maestro, la sua Chiesa il vero Tempio,
nonostante Giuda Iscariota uscì papa...“

Scriveva così, più di un secolo fa, il celebre ermetista francese Josephin Peladan. E possiamo solo immaginare cosa avrebbe scritto oggi, se fosse stato vivo negli ultimi cinquant'anni.
Ci chiediamo, infatti, cosa avrebbe pensato nel vedere un vicario di Cristo cambiare i dogmi di una Chiesa millenaria, un altro spianare la strada al Nemico permettendone l'intrusione, ed un altro ancora andare in giro per il mondo a fare il teatrante tra infedeli ed eretici. E cosa avrebbe pensato, poi, nell'apprendere da costoro che “tutte le religioni hanno un fondo di verità”.
Siamo certi che sarebbe inorridito al solo pensiero.
Ma il vero Fedele non deve avere timore, poiché Gesù Cristo tornerà per rimettere ordine, come Egli stesso rivelò a Padre Pio, che ne diede successiva testimonianza in una lettera inviata al suo padre spirituale.

Mio carissimo padre, 
venerdì mattina ero ancora a letto, quando mi apparve Gesù. Era tutto malconcio e sfigurato. Egli mi mostrò una grande moltitudine di sacerdoti regolari e secolari, fra i quali diversi dignitari ecclesiastici; di questi, chi stava celebrando, chi si stava parando e chi si stava svestendo delle vesti sacre.
La vista di Gesù in angustie mi dava molta pena, perciò volli domandargli perchè soffrise tanto. Nessuna risposta n'ebbi. Però il suo sguardo si riportò verso quei sacerdoti; ma poco dopo, quasi inorridito e come se fosse stanco di guardare, ritirò lo sguardo ed allorchè lo rialzò verso di me, con grande mio orrore, osservai due lagrime che gli solcavano le gote.
Si allontanò da quella turba di sacerdoti con una grande espressione di disgusto sul volto, gridando: "Macellai!" E rivolto a me disse: "Figlio mio, non credere che la mia agonia sia stata di tre ore, no; io sarò, per cagione delle anime da me più beneficate, in agonia sino alla fine del mondo. Durante il tempo della mia agonia, figlio mio, non bisogna dormire. L'anima mia va in cerca di qualche goccia di pietà umana, ma, ohimè, mi lasciano solo sotto il peso della indifferenza. L'ingratitudine ed il sonno dei miei ministri mi rendono più gravosa l'agonia.

 Ohimè, come corrispondono male al mio amore! Ciò che più mi affligge è che costoro, al loro indifferentismo, aggiungono il disprezzo, l'incredulità. Quante volte ero lì lì per fulminarli, se non fossi stato trattenuto dagli angeli e dalle anime di me innamorate...
Scrivi al tuo padre e narragli ciò che hai visto ed hai sentito da me questa mattina. Digli che mostrasse la tua lettera al padre provinciale".
Gesù continuò ancora, ma quello che disse non potrò giammai rivelarlo a creatura alcuna di questo mondo.
Questa apparizione mi cagionò tale dolore nel corpo, ma più ancora nell'anima, che per tutta la giornata fui prostrato ed avrei creduto di morirne se il dolcissimo Gesù non mi avesse già rivelato...


Gesù purtroppo ha ragione di lamentarsi della nostra ingratitudine! Quanti disgraziati nostri fratelli corrispondono all'amore di Gesù col buttarsi a braccia aperte nell'infame setta della massoneria!
Preghiamo per costoro acciocchè il Signore illumini le loro menti e tocchi il loro cuore. 

Fate coraggio al nostro padre provinciale, che copioso soccorso di celesti favori ne riceverà dal Signore.
 Salutatemi il padre provinciale e ringraziatelo per me delle applicazioni.

Fra' Pio
Pietrelcina, 7 aprile 1913


12 marzo 2011

Unità d'Italia ?



« Le monde est vide depuis les Romains, et leur mémoire le remplit, et prophétise encore la liberté ».

Louis Antoine Saint-Just
Discours à la Convention Nationale
le 11 germinal an II (31 mars 1794)

Il mondo è vuoto dopo i Romani...

2 febbraio 2011

Il sacrilegio della Comunione nella mano



Tra le sciagure che hanno funestato la fede e la pietà cristiana, purtroppo col consenso dell"Autorità ecclesiastica, l'ultima in ordine di tempo (ma, quale altra sarà già in atto, o sta per esserlo?), c'è la "Comunione sulla mano", ossia l'usanza entrata malauguratamente in vigore nella Chiesa cattolica di dare e di ricevere la Comunione depositando la sacra Ostia su una mano del fedele, il quale poi, provvede da sé a comunicarsi.
Molti fedeli e qualche raro sacerdote, che ancora hanno la fede ed il rispetto verso il SS. Sacramento, rifiutano decisamente questa abominevole pratica. Non tutti però, specialmente tra i fedeli i quali hanno meno esperienza dei sacerdoti, si rendono conto della ragione più grave per cui ricevere la Comunione in questo modo è illecito e sacrilego; la caduta, cioè la dispersione e la conseguente profanazione delle sacre Specie, benché sotto forma di minuscoli frammenti, che essi pure sono il Corpo Santissimo di Nostro Signore Gesù Cristo.
Quasi tutti i fedeli (veramente fedeli), che rifiutano la pratica sacrilega della Comunione sulla mano, ne motivano la loro giusta avversione col rispetto profondo che nutrono verso l'Eucaristia, professano umilmente la propria indegnità di toccare il sacro Corpo del Signore senza avere le mani consacrate come quelle del sacerdote e non ardiscono, perciò, prendere in mano l'Ostia santa per comunicarsi da soli. E' un motivo buono e lodevole, che onora quelli che ancora credono nella presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nel Pane eucaristico e temono di offenderlo, o anche solo di mancargli di rispetto.
Ma il sacrilegio non consiste soltanto in questo, che in casi particolari e nella dovuta maniera, si può anche fare; bensì soprattutto nel fatto già su accennato che nel dare e nel ricevere la Comunione, dall'Ostia si staccano spessissimo frammenti, i quali con la Comunione data nel modo tradizionale e l'uso del piattello, vi cadono sopra e vengono recuperati alla fine della distribuzione, mentre con la Comunione data e ricevuta sulla mano i frammenti che cadono vanno dispersi per terra, quindi calpestati o spazzati via. Insomma vengono inevitabilmente profanati. E poiché non si tratta di semplice disgrazia, ma di un fatto conosciuto, previsto e volutamente causato, si tratta di un vero e proprio sacrilegio.
Tanto accecamento nel mondo cattolico sarebbe incredibile se non fossimo abituati a vedere il SS. Sacramento già profanato in molte maniere, ma questa è forse la più grave in quanto la profanazione è evidente, è certa, è prevedibile e facilmente evitabile, essendo questa sacrilega pratica perfettamente inutile. Qualcuno, per non contraddirsi (è infatti una solenne contraddizione fare professione di fede cattolica, protestare rispetto per il SS. Sacramento e poi usare una pratica che ne causa inevitabilmente una gravissima profanazione), sostiene che nei frammenti di Pane consacrato non c'è più la reale presenza del Signore!
Così la Comunione portata in una frazione di Ostia agli ammalati che non possono deglutire sarebbe una finzione, e la cura del sacerdote di recuperare i frammenti caduti sul piattello, o di purificare ben bene il calice ed i vasi sacri su cui sono rimaste gocce o particelle del SS. Sacramento, non sarebbe altro che un inutile scrupolo. Ci permettiamo pertanto di rimarcare la dottrina della Chiesa sulla presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell'Eucaristia, la grave responsabilità di chi pratica la Comunione sulla mano e l'assoluta illiceità di questa pratica, che rimane moralmente vietata nonostante la "autorizzazione" concessa dall'Autorità religiosa.
Ad ogni modo, per chi non lo sapesse, la Comunione sulla mano corrisponde a un preciso piano predisposto dai nemici di Cristo e della Sua Chiesa. Con la Comunione sulla mano si va incontro a ogni sorta di abusi e di profanazioni. Già dall'autunno del 1969 (da quando cioè si cominciò a concedere il permesso della Comunione sulla mano) i sacrilegi cominciarono a moltiplicarsi.

Qualche esempio, tra i tanti documentati e, a suo tempo, riportati dalla rivista “Chiesa Viva”:
- In una trattoria, un giovane tagliuzzò un'Ostia con un paio di forbici, per constatare se ne uscisse del sangue, e poi la gettò nel gabinetto.
- Un parroco ha confermato che un bambino ha portato a casa un'Ostia e l'ha data da mangiare al cane.
- In Olanda, degli scolari avevano una fiorente raccolta di Ostie consacrate, che erano state ricevute abusivamente per mezzo della Comunione in mano. Esse furono raccolte e inchiodate, come farfalle, ad una parete. In questo modo, se ne trovarono circa duecento.


A queste testimonianze certe se ne potrebbero aggiungere innumerevoli altre.
In questi ultimi anni, in alcune Chiese d'Italia, si sono verificati furti notturni di Ostie consacrate per usarle nelle messe nere, che di recente stanno dilagando in modo impressionante. Con la concessione della Comunione sulla mano, i ladri di particole consacrate non avranno più bisogno di compiere rischiosi furti notturni, perché le Ostie consacrate verranno a riceverle tranquillamente in mano dagli stessi sacerdoti. I malintenzionati approfittano dalla Comunione sulla mano e, fingendo di portarsi l'Ostia alla bocca, la fanno abilmente scivolare nella manica, nel taschino, nel fazzoletto o nella borsa, ecc... e poi vanno a venderla a loschi fattucchieri per i loro orribili intrugli, oppure ai membri di sette sataniche per le loro nefande liturgie delle messe nere. Ciò risulta facilitato dal fatto che il sacerdote, occupato a distribuire la Comunione ad altri, non può aspettare, specialmente quando i comunicandi sono molti, che il fedele, restando alla sua presenza come è prescritto, si porti l'Ostia in bocca. Quindi al sacerdote manca il tempo necessario per osservare dove va a finire l'Ostia consacrata. Gli stessi fedeli, attenti alla loro Comunione, non baderanno a quella degli altri e quindi i malintenzionati vengono facilitati nell'asportazione dell'Ostia. Tutto questo non è frutto di fantasia, ma sono fatti accertati, documentati. Quel che si è verificato all'estero, si va ripetendo anche in Italia, presa di mira dai nemici di Cristo quale centro del mondo cattolico. Ovunque le profanazioni si vanno moltiplicando. Sono state trovate Ostie gettate sui banchi, sui gradini d'ingresso e non passa settimana che non si debba rincorrere qualcuno che si porta via l'Ostia come souvenir.

La Comunione sulla lingua
- è stata, per molti secoli, scelta e adottata dalla Chiesa;
- evita che mani diverse da quelle dei sacerdoti (quindi impure) tocchino il Corpo di Cristo;
- evita la caduta a terra e la dispersione dei frammenti, in ciascuno dei quali c'è Gesù Cristo, come la Chiesa ha definito nel Concilio di Trento;
- previene efficacemente il pericolo della profanazione dell'Ostia Santa;
- vivifica la fede nella presenza reale di Gesù nell'Ostia consacrata;
- rende la distribuzione della Comunione molto facile e sbrigativa;
- quanto all'igiene, dà massima garanzia;
- è la forma che la Chiesa raccomanda, perché del tutto conveniente, e vuole che si conservi.



La Comunione sulla mano
- permette, invece, che mani diverse da quelle dei sacerdoti (quindi impure) tocchino il Corpo di Cristo;
- favorisce, necessariamente, la caduta a terra dei frammenti e la loro dispersione;
- favorisce e facilita la profanazione dell'Ostia consacrata;
- affievolisce e, col tempo, fa scomparire la fede nella reale presenza di Gesù Cristo nell'Ostia consacrata, riducendola a semplice pane, a semplice simbolo, figura del corpo di Cristo;
- quanto all'igiene, non dà alcuna garanzia.


Chiudiamo richiamando quello che disse il Concilio di Trento: «L'uso che il solo sacerdote dia la Comunione con le sue mani consacrate, è una tradizione apostolica» (Sessione 13 c.8);
e con una ammonizione del sommo teologo della Chiesa, San Tommaso d'Aquino: «Il corpo di Cristo appartiene ai sacerdoti... Esso non sia toccato da alcuno che non sia consacrato
LA COMUNIONE NELLA MANO E' UN SACRILEGIO !

6 gennaio 2011

A proposito di clericalismo



di don Davide Pagliarani

Ci sembra interessante riflettere su un male che, negli stereotipi più comuni forgiati dalla Rivoluzione, viene sistematicamente attribuito alla Chiesa del passato quasi ne fosse una nota connaturale: il clericalismo.
Questo termine indica una certa tendenza propria agli uomini di Chiesa ad impicciarsi di ciò che non li riguarda, mettendo il naso in quegli ambiti che non sono di loro diretta competenza, a cominciare dalla politica e da tutto ciò che ha profumo di potere.
Risulta piuttosto facile trovare pretesti per incolpare la Chiesa del passato attraverso questa accusa e soprattutto tale critica si rivela estremamente funzionale alla legittimazione di tutte le rivoluzioni, sia di quella liberale che di quella iniziata con il Concilio Vaticano II: entrambe avrebbero contribuito a “purificare” la Chiesa rendendola più libera e leggera, finalmente capace di predicare il Vangelo e solo il Vangelo, con uno spirito realmente evangelico e quindi capace di consacrarsi ad una missione autenticamente spirituale.
A noi sembra che in realtà il Concilio abbia dato un contributo originale e insostituibile nel “clericalizzare” la Chiesa universale, nel senso che esso ha posto le premesse per obbligare la Chiesa ad occuparsi del mondo, dei suoi problemi terreni, delle sue ansie intramondane, attraverso un nuovo baricentro che è l’uomo come tale, nel suo essere concreto e storico. La prospettiva non è più quella tradizionale che cercava in Dio, nell’eternità, nel soprannaturale, nelle verità immutabili della fede degli archetipi per plasmare e correggere in qualche modo il divenire storico; ora è stato riconosciuto all’uomo il posto centrale e la soluzione ai suoi problemi è immanente all’uomo stesso: quindi essa va ricercata studiando l’uomo, valorizzando al massimo tutto ciò che è e che fa, interessandosi alla società umana in modo nuovo ed esauriente.
Di conseguenza gli uomini di Chiesa al passo con i tempi - ma non più con la loro missione - sono esperti di ambiente, legalità, democrazia, libertà, lavoro, immigrati, giustizia sociale, surriscaldamento del pianeta, raccolta differenziata, risparmio energetico, sicurezza stradale, etc…
Troviamo qui un’applicazione del concetto equivoco di “pastoralità” sul quale è stato costruito il Concilio, funzionale a canalizzare la missione della Chiesa in una dimensione intramondana che ha per oggetto l’uomo e si esaurisce nell’uomo: questo ruolo nuovo coincide con una sorta di promozione umana che non ha più per oggetto i fedeli battezzati, ma in qualche modo l’umanità intera come tale, nei confronti della quale la Chiesa ha una missione nuova che non coincide più con quella tradizionale.[1]
Soprattutto - e questo è l’aspetto più grave - si tratta di una prospettiva che in ultima analisi rinuncia agli strumenti soprannaturali quali i sacramenti, la vita spirituale, la santificazione personale, i concetti di grazia e di peccato, etc., per affidarsi solo a risorse puramente umane, quali le doti manageriali o l’abilità diplomatica. Il tutto ovviamente condito con le iniziative pastorali più originali, eccentriche, creative e apparentemente produttive. È giocoforza che in questa prospettiva il valore dei contatti col mondo politico e con il dio danaro rischiano di acquisire un’importanza disproporzionata, a causa della sostanziale assenza dell’elemento soprannaturale.
Notiamo inoltre che più si fanno propri i canoni e il metro del mondo per salvare il mondo, più ci si esprime in un modo e attraverso temi e figure consoni alla sensibilità del mondo: di conseguenza la Chiesa, pur godendo di un’apparente libertà, in realtà si ritrova oggi vincolata ad affermare ciò che il mondo vuole sentire e ad evitare ciò che potrebbe dare fastidio; si tratta certamente di una tentazione sempre esistita ma che nel passato era quantomeno arginata dall’antinomia mondo-chiesa che il Concilio ha voluto abbattere.
Ebbene questa prospettiva è eminentemente clericale: gli uomini di Chiesa di oggi si occupano di tutto, si pronunciano su tutto, mettendo spesso il naso in questioni che non li riguardano direttamente e per le quali non hanno competenze specifiche, né, soprattutto, le grazie di stato.
Questo neoclericalismo è la cifra più significativa della crisi del sacerdozio e l’indice più evidente del malessere di un clero che non sa più che cosa sia la Chiesa e perché esista.
La prima conseguenza è il necessario discredito della Chiesa, trascinata in un terreno che non è il suo: infatti ci sarà sempre qualche uomo di mondo che conosce i problemi del mondo meglio di chi, per vocazione, dovrebbe occuparsi di altro.
In secondo luogo la “nuova missione” sul mondo necessariamente non può armonizzarsi con quella tradizionale di salvare le anime e questo per un motivo molto semplice: è impossibile lavorare a questo nobile fine se lo spirito si occupa anche di altro, in quanto questo fine è raggiungibile solo se la consacrazione ad esso è totale.
La Chiesa non ha bisogno di preti né di vescovi che parlino di inquinamento o di promozione umana e che si impiccino di tutti i più disparati fatti e problemi di cronaca.
Quei preti non servono la Chiesa e non servono alla Chiesa.
La Chiesa ha bisogno di preti che parlino di Cristo crocifisso - e solo di Cristo crocifisso - scandalo per gli ebrei e follia per i gentili.
Vogliamo una Chiesa che parli ancora di Cristo Re, della Sua Divinità, dei Suoi diritti; una Chiesa che condanni l’errore e che insegni la Verità; una Chiesa che rincominci a parlare di Passione, di Piaghe, di Sangue, di Croce, di Sacrificio Propiziatorio, di santità, di grazia, di preghiera, di penitenza, di digiuno, di adorazione, di paradiso e di inferno; una Chiesa che lasci il mondo occuparsi delle sue insignificanti bagatelle e che lasci una volta per tutte i morti seppellire i morti.
È solo di questa predicazione che l’uomo ha bisogno, soprattutto oggi, e solo questa predicazione lo può ancora salvare; è solo per questa predicazione che Nostro Signore ha fondato la Sua Chiesa.

[1] È evidente che il Concilio ha inaugurato un nuovo modo di rapportarsi con il mondo, forzando la Chiesa ad occuparsi di tematiche e di problemi che non le competono direttamente. Anche sotto questo profilo esiste una perfetta continuità fra Concilio e Postconcilio. Emblematica in questo senso è la Costituzione pastorale “Gaudium et Spes”, la quale intende rivolgersi a tutti gli uomini indistintamente, anche a quelli che non invocano il nome di Cristo. Ebbene tale Costituzione tocca tutti i punti possibili e immaginabili scendendo in considerazioni varie e disparate sullo sciopero, sull’associazionismo sindacale, sul tempo libero, sugli investimenti, sulla moneta, sul problema del latifondo, etc...